Si chiamava Anne Frank. Per aiutare gli altri non occorre essere eroi

Miep arriva così carica che sembra un mulo. Quasi ogni giorno riesce a rimediare per noi delle verdure e ce le porta in bicicletta dentro grosse borse da spesa. È sempre lei che ogni sabato ci procura cinque libri della biblioteca. Aspettiamo con ansia il sabato perché ci arrivano i libri. Proprio come i bambini che non vedono l’ora di ricevere un regalo.

Queste sono le parole con cui Anna Frank nel suo Diario parla di Miep Gies-Santrouschitz, l’autrice del libro “Si chiamava Anne Frank”.
È Miep che dobbiamo ringraziare se possiamo leggere le pagine del celebre diario, perché è proprio lei che, nel giorno della cattura della famiglia Frank, riesce a sottrarre il diario dall’alloggio segreto e salvarlo da una distruzione sicura.Si chiamava Anne Frank
Ma cominciamo dall’inizio. Miep è una ragazza olandese di origine austriaca che, nel 1933, si presenta alla sede della ditta Travies & co per un colloquio di lavoro. La ditta è di Otto Frank, il padre di Anna Frank, un ebreo da poco arrivato ad Amsterdam con la famiglia, per sfuggire alle leggi razziali e alle persecuzioni naziste. Miep ottiene il lavoro e diventa amica della famiglia Frank, talmente amica da accettare di prendersene cura per i due anni (dal 1943 al 1945) in cui i Frank vivono nell’alloggio segreto ricavato all’interno della ditta dietro la famosa libreria girevole. È Miep che procura loro il cibo, che li va a trovare, che li aggiorna su quanto succede fuori dall’alloggio, che li protegge ogni giorno cercando di rendere meno tragica quella prigionia in virtù della quale Otto, Edith, Margot e Anna Frank e gli altri ebrei dell’alloggio avevano smesso di esistere per il resto del mondo. È Miep che assiste alla cattura della famiglia, è Miep che non smette di sperare che i suoi amici ritornino dai campi di prigionia. Ed è proprio in nome di questa speranza che Miep decide di salvare il diario con la copertina a scacchi bianchi e rossi per restituirlo ad Anna quando fosse tornata alla fine della guerra.
Miep in questo libro racconta la sua storia, una preziosa testimonianza di ciò che accade all’esterno dell’alloggio segreto mentre Anna Frank ne racconta la vita all’interno. È in un certo senso l’opera complementare al Diario di Anna, è il punto di vista privilegiato di chi costituisce l’unico legame della famiglia Frank con il mondo esterno, l’unica che permette loro di non correre nessun pericolo evitabile, l’unica che rischia ogni giorno la propria vita per cercare di salvare persone alle quali si sente legata da affetto, gratitudine e tanta lealtà. Cito di nuovo le parole di Anna Frank che nel diario dice:

“Non abbiamo mai sentito una sola parola che accenni al carico che di certo rappresentiamo e nessuno si è mai lamentato che diamo troppo da fare. Non potremo mai dimenticare che, se altri sono eroici in guerra e di fronte ai tedeschi, coloro che ci proteggono lo sono nel vigile affetto che mostrano per noi”.

Purtroppo conosciamo l’epilogo di questa vicenda. L’unico sopravvissuto alla deportazione è Otto Frank ed è a lui che Miep consegna il diario di Anna. Otto Frank decide di pubblicarlo come testimonianza, ma soprattutto per rendere omaggio alla figlia che, da grande, avrebbe voluto diventare una scrittrice famosa. Miep e Otto hanno reso questo sogno possibile, pur nella tragicità di una situazione davvero difficile da comprendere e sicuramente impossibile da giustificare. Miep ha accettato solo dopo molto tempo di leggere il contenuto del Diario e racconta così le sue sensazioni:

Con il cuore stretto dalla paura, aprii il libro alla prima pagina. E cominciai a leggere. Lo lessi tutto senza fermarmi. Sin dalla prima parola sentii la voce di Anne tornare, per parlarmi. Persi la nozione del tempo; la voce di Anne scaturiva fuori dal libro piena di vita, di umori, di curiosità, di sentimenti. Non era più morta e scomparsa: tornava a vivere nella mia mente. Lessi il diario fino alla fine; rimasi sorpresa da quanto fosse accaduto nel rifugio segreto senza che io ne sapessi niente.”

Miep è una persona straordinaria che ha avuto la fortuna di sopravvivere alla devastazione della guerra e a tutte le atrocità delle quali, suo malgrado, è stata testimone.
Nella postfazione, tradotta da Chiara Baffa, l’autrice di questo libro straordinario racconta, in modo commovente, di sé e di questa esperienza che rivive attraverso il ricordo. Da ogni singolo particolare traspare la bellezza di questa donna che ha avuto in sorte di “sopravvivere a quasi tutti coloro che vissero con me quei tempi orribili”.

La gente mi chiede anche se c’è qualcosa che vorrei dire ora che mi avvio a compiere cento anni. La risposta è che sono stata molto fortunata. Sono arrivata da lontano e sono sopravvissuta alla guerra. Mi è stata concessa una vita lunga. Forse le mie risorse più preziose sono il fatto di riuscire ancora a pensare lucidamente e, considerata la mia età, il fatto di godere di una buona salute. Per qualche motivo mi è stata concessa la grande opportunità di trovare e custodire il diario, di essere in grado di recapitare al mondo il messaggio di Anne. Non saprò mai il perché”.

Credo non serva aggiungere altro. Mi permetto solo di darvi un consiglio: leggete questa testimonianza unica di una donna che, come tante altre, ha dimostrato il proprio valore nell’agire quotidiano.

Miep Gies, Si chiamava Anne Frank, UTET, 2018, pp. 311, € 15.00

Cecilia Mattioli

Lavoro con le persone. Amo leggere. Amo scrivere. Provo entusiasmo per qualsiasi cosa mi faccia crescere e non mi stanco mai di imparare

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