Quanto è utile essere flessibili nel mondo del lavoro?

Richard Sennet

L’uomo flessibile’ di Richard Sennet è un libro del 1999, ma, nonostante i suoi vent’anni di età, affronta un tema del tutto attuale. L’autore, Professore di Sociologia alla London School of Economics e alla New York University, si propone di analizzare la trasformazione del mondo lavorativo e sociale nell’era della “flessibilità”. 
La nuova impostazione lavorativa e aziendale propone il tema della flessibilità come una grande panacea, ma non ci si sofferma ad analizzare in modo attento e approfondito, quali siano le reali implicazioni di questa virata del cosiddetto capitalismo flessibile. Richard Sennet inizia il suo ragionamento da una constatazione etimologica, basata sulla terminologia inglese che rende meglio il senso del mutamento: uomo flessibile libroin passato si parlava di carriera, oggi si parla di lavoro. Carriera deriva da career, ovvero ‘strada per carri’ “e questa parola applicata al lavoro, indicava in quale direzione un individuo doveva incanalare i propri sforzi”; la parola job, lavoro, nell’inglese del Trecento, “indicava un ‘blocco’, un ‘pezzo’, qualcosa che poteva essere spostato da una parte all’altra” senza nessun accenno a un’idea di movimento, di direzionalità da imprimere alle proprie mansioni ed esperienze lavorative.
Già in questa prima osservazione di carattere linguistico Sennet individua il nocciolo della questione, il cambiamento di paradigma verso cui si è indirizzato il mondo lavorativo e sociale. Per raccontarlo, il sociologo utilizza un espediente narrativo interessante: racconta le sue chiacchierate con Enrico, un portinaio degli anni ’70 e con il figlio Rico, nome di fantasia questo, che invece è nel mondo del lavoro di oggi. Le loro storie, messe a confronto, offrono un esempio chiaro e intuitivo di come la dimensione lavorativa nella quale siamo immersi si sia completamente modificata in poco più di vent’anni.
La generazione di Enrico, quella degli anni ’70, è caratterizzata da tre elementi chiave:

  • la linearità del tempo
  • il carattere cumulativo che rende i risultati facilmente misurabili e quantificabili
  • la possibilità di una pianificazione a medio lungo termine

La situazione del figlio Rico è totalmente diversa:

  • non c’è nessuna linearità temporale
  • la parola chiave è flessibilità che significa “basta con il lungo termine” e impone la necessità di continuare a muoversi, senza mai dedicarsi in profondità a qualcosa
  • la possibilità di una pianificazione solo a breve termine

Sono due mondi che non comunicano più né dal punto di vista lavorativo, né da quello sociale e famigliare; il profondo mutamento nel modo di concepire il lavoro porta con sé l’obbligo di sottostare a modifiche sostanziali di tutta la propria esistenza.
Richard Sennet pone domande sostanziali:

Com’è possibile mantenere degli obiettivi a lungo termine in una società a breve termine?
In che modo possono essere conservati dei rapporti sociali durevoli?
Come può un essere umano sviluppare un’auto narrazione di identità e una storia della propria vita in una società composta di episodi e frammenti?

La modernità ha creato quello che possiamo definire il “mito della flessibilità”, un modello organizzativo che permette, almeno apparentemente, di tenere conto delle esigenze dei singoli lavoratori e delle aziende che accettano di organizzare in questo modo la propria forza lavoro.
È davvero un modello premiante? Siamo certi che le implicazioni che porta con sé non abbiano aspetti, di fatto, non così apprezzabili da parte del lavoratore?
Ciò che cambia in maniera radicale e determinante è la dimensione del tempo: la perdita della percezione di linearità è l’elemento che determina la necessità di una nuova codifica e di una nuova lettura dell’esperienza lavorativa. L’apparente maggiore libertà organizzativa, sottesa alla flessibilità, porta con sé parametri di valutazione completamente nuovi, sia da parte dei lavoratori che da parte dei capi.
Il tempo viene scandito da una logica alla ricerca di un’efficienza sempre più esasperata, che lascia poco spazio alla libertà comunemente intesa. Il controllo è permanente, sebbene maggiormente celato e proprio questo ultimo elemento crea il disorientamento tipico di chi deve rendere conto a vertici che, di fatto, non conosce.
L’esasperazione stessa dell’automatizzazione dei processi lavorativi è elemento pericoloso, perché determina spesso l’illeggibilità del processo lavorativo, nel quale i dipendenti si ritrovano a svolgere una fase, un blocco dell’intero processo.
Secondo Sennet, la flessibilità “crea differenze tra la superficie e il profondo” e “i sudditi più deboli del regime flessibile sono costretti a rimanere in superficie”.
Cambia completamente anche la percezione della funzione, più o meno inevitabile, del fallimento. La mancanza della linearità temporale, che negli anni ’70 rendeva legittimo e sensato il concetto di carriera – visto nella valenza etimologica del termine – oggi rappresenta un ostacolo nella narrazione dentro la quale posizionare la propria ‘sconfitta’. In mancanza di una sequenza lavorativa, nemmeno il fallimento trova una collocazione di senso e diventa difficile da metabolizzare e da finalizzare a step di crescita personale.
Flessibilità significa frammentazione e frammentazione significa non avere la possibilità di narrare a se stessi e agli altri la propria esperienza di vita in modo lineare, coerente e continuativo sia dal punto di vista personale che professionale.
Richard Sennet ne ‘L’uomo flessibile’ lo ribadisce più volte:

È la dimensione temporale a influenzare in modo più diretto la vita emotiva delle persone.

Possedere un racconto coerente di sé permette di percepirsi in modo altrettanto coerente nella propria esistenza, nella quale assumono valore e senso i legami forti e continuativi; quelli che rappresentano i nostri punti di riferimento e di ancoraggio.
Un saggio crudo che lascia poco spazio all’immaginazione. Una lettura che permette di soffermarsi e analizzare situazioni nelle quali ci troviamo immersi e proprio per questo spesso non riusciamo a vedere con il giusto distacco critico. Ricordate la storiella dei pesci e dell’acqua?
Due giovani pesci nuotano sereni e spensierati. A un certo punto incontrano un pesce più anziano che proviene dalla direzione opposta. Questo fa un cenno di saluto e dice: “Salve ragazzi, com’è l’acqua oggi?”. I due pesci proseguono un po’ finché si arrestano di colpo, uno guarda l’altro stupito e dice: ”Acqua? Che cos’è l’acqua?”

R. Sennet, L’uomo flessibile, Felrinelli, 2016 (11° edizione), pp. 158, € 9.50

Cecilia Mattioli

Lavoro con le persone. Amo leggere. Amo scrivere. Provo entusiasmo per qualsiasi cosa mi faccia crescere e non mi stanco mai di imparare

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