Per non saper né leggere né scrivere

Per non saper né leggere né scrivere è una formula colloquiale che rientra nell’elenco delle figure retoriche di intensificazione e si usa quando si vuole comunicare qualcosa “a scanso di equivoci, nel dubbio”. È un modo di dire che ha implicazioni molto precise e connotate, già solo per il fatto che indica una condizione di analfabetismo totale, la situazione di chi è privo di due funzioni primarie e distintive dell’essere umano. 
È la condizione del protagonista del libro, analfabeta e affetto da una grave forma di alessìa che lo isola dalla lettura, dalla scrittura e dalla letteratura, almeno nelle accezioni che noi diamo a queste tre categorie interpretative. Il protagonista ci racconta la sua storia, “semplicemente la mia vita con la Bibbia”, parlando ad un registratore. La Bibbia, il libro per antonomasia, in una versione particolare, ovvero senza testo, fatta solo dalle illustrazioni di Dorè.per non saper né leggere né scrivere
Un protagonista analfabeta che racconta, oralmente, la sua storia che ruota attorno a un libro fatto solo di immagini. Paradossale vero? Se ci limitiamo a considerare il tutto basandoci sul nostro modello culturale la risposta è sì. La realtà è decisamente più complessa, perché con questa storia, Lindgren ripropone, in modo magistrale, il tema del rapporto tra Immagine e Parola, intese come categorie comunicative e, in quanto tali, scritte con la lettera maiuscola.
L’autore di questo libro, costruisce un protagonista perfetto per questo ruolo. È colui che pensa che

“la maggior parte delle sciagure del nostro tempo sono state causate dalla lettura e dalla scrittura. Le formule chimiche. Il codice genetico. I programmi di partito. Le dichiarazioni di guerra. Le autorità. La bomba atomica

e sostiene anche che

la letteratura non bisogna leggerla, bisogna portarla dentro”.

Detto questo, la sua condizione di “ineducabile” che gli impone di essere internato in una struttura apposita, lo trasforma in un privilegiato ingenuo, ma dotato di una memoria prodigiosa che gli permette di ricordare alla perfezione tutto ciò che gli viene raccontato dal nonno adorato e di riprodurre tratto per tratto, linea per linea, figura per figura, paesaggio per paesaggio la sua Bibbia. Quella che, pur senza parole, fatta solo di immagini, è in grado di raccontare a chiunque la sua storia universale e senza tempo.
Per non saper né leggere né scrivere è un romanzo straordinario con il quale Torgny Lindgren ragiona su alcuni dogmi, alla luce dei quali abbiamo creato delle categorie interpretative che, laddove non siano completamente errate, sono di certo limitanti e limitative.
La lettura e la scrittura sono metodi di comunicazione e di apprendimento che non esistono da sempre e che, soprattutto, non sono sempre stati così. L’oralità ha preceduto la scrittura e, per molto tempo, è stata la modalità della diffusione della cultura. Era un metodo decisamente più inclusivo e meno discriminatorio rispetto alla scrittura. L’oralità imponeva una memoria allenata e sviluppata per ricordare tutto ciò che avrebbe potuto continuare ad esistere solo se tramandato attraverso il ricordo. Il nostro protagonista ne recupera la funzionalità per raccontare e raccontarsi e, dotato di memoria prodigiosa, è in grado di colmare la lacuna lasciata dalla perdita della “sua” Bibbia, quella senza parole. La sua incapacità di leggere e scrivere lo rende “meno abile” rispetto ai codici attuali che noi siamo abituati ad usare, ma nel mondo dell’oralità e dei pittogrammi, la sua condizione lo renderebbe perfetto.
È dunque vero che la parola scritta ha un potere superiore all’immagine?
È sostenibile al di là di ogni dubbio che senza scrivere non si può comunicare?
Siamo sicuri che le immagini non siano in grado di raccontare addirittura di più delle parole scritte?
Per poter utilizzare un metodo, qualunque esso sia, occorre conoscerne le regole e le potenzialità. Non c’è errore più grande di valutare codici espressivi basandosi su regole che non appartengono a quei codici. Il linguaggio parlato risponde a delle norme, quello delle immagini ne richiede altre. Viviamo in quella che viene definita, quasi all’unanimità, la società dell’immagine, ma in questo caso l’immagine a cui ci si riferisce non è quella del nostro protagonista. Per essere più precisi, dovremmo dire che siamo nella società dell’immagine veloce, immediatamente fruibile, spesso sinonimo di apparenza.
 In verità, l’immagine nella sua essenza è ben altra cosa. L’immagine è qualcosa di spazioso, che richiede riflessione, lentezza e sensibilità per la sua “lettura”. L’immagine si esprime con un suo codice molto preciso ed è tutt’altro che mera apparenza. È sostanza, contenuto, che può essere interpretato senza la mediazione linguistica. Il fascino dell’immagine per noi e, a maggior ragione per il nostro protagonista incapace di leggere e scrivere, è che può essere letta in silenzio, seguendo i tempi scelti da chi vi si approccia, senza l’intervento di nessun intermediario. È un rapporto molto intimo, personale, emozionale, senza limiti né condizionamenti. Intesa così, l’immagine non è una semplice “occasione visiva”, ma è un’esperienza culturale che va ben oltre il semplice atto percettivo. Ogni immagine, a chi sappia guardarla, racconta un mondo infinito.

T. Lindgren, Per non saper né leggere né scrivere, Iperborea, 2008, pp. 240, € 15.00 (trad. C. Giorgetti Cima)

Cecilia Mattioli

Lavoro con le persone. Amo leggere. Amo scrivere. Provo entusiasmo per qualsiasi cosa mi faccia crescere e non mi stanco mai di imparare

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2 Risposte

  1. Daniela ha detto:

    Grande verità! Spesso un’immagine rende più di mille parole e forse ha un canone più ampio di interpretazione, anche se non sempre universale. Grazie sempre Cecilia perché in ogni post c’è sempre da imparare e ragionare! Un abbraccio

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