“Errore”. Vale ancora il detto ‘sbagliando si impara’?

Errore

Nella sua collana ‘Parole contro tempo’ la casa editrice Il Mulino propone il libro “Errore” scritto dal filosofo della scienza Giulio Giorello e dal semiologo Pino Donghi. Nelle prime pagine di questo libro, a mio giudizio molto prezioso e importante, gli autori fanno una affermazione che fa riflettere:

Nel mondo delle tecnologie avanzate l’errore ha ancora cittadinanza, ma per l’utente perde di valore conoscitivo, mandando in soffitta uno dei modi di dire più comuni che ci ha accompagnato per generazioni, l’altrimenti saggio «sbagliando s’impara».

Un punto di attenzione sul quale vale la pena di soffermarsi. Le tecnologie, delle quali la nostra esistenza è sempre più imbevuta, ci danno l’illusione di sapere come funzionano, mentre in realtà noi le utilizziamo ma sappiamo ben poco di quello che sta dietro ai sistemi operativi o alle app delle quali siamo ormai dipendenti. Lo dimostra il fatto che quando ci troviamo di fronte alla scritta System error non possiamo fare altro che prenderne atto e spegnere e riaccendere il dispositivo che non risponde più a nessunerrore comando. Questa condizione dimostra in modo chiaro la nostra impotenza e, al contempo, è la negazione dell’errore: non capiamo cosa sia successo, non possiamo indagare né tanto meno intervenire per cercare di correggere l’errore. Possiamo solo spegnere e riaccendere, niente altro. È evidente che un errore del genere non serve: ci impone una unica reazione possibile e ci impedisce qualsiasi tipo ragionamento e di azione. Di fronte a un errore bloccante possiamo solo reagire, perché la totale ignoranza della natura dell’errore stesso ci impedisce qualsiasi ragionamento critico che possa concretizzarsi in azione. 
Mi sembra un cambiamento radicale della funzione dell’errore, oggi praticamente nulla:

se nel passato ancora recente, laddove di necessità si faceva virtù, un errore impensato obbligava invece a pensare, magari aprendo la via a una soluzione inaspettata e feconda, oggi è più facile ed economico ripartire dalla prima casella.

Questa condizione ci ha trasformato da attori protagonisti pensanti in esecutori quasi sempre inconsapevoli ai quali non resta altro che ‘spegnere e riavviare il sistema’.
Se l’errore non è condizione del progresso – posizione difficile da sostenere – quanto meno è presupposto per una crescita matura. Fino a oggi i grandi scienziati e pensatori hanno dimostrato come sia fondamentale che la scienza possa sbagliare. Quante sono le scoperte scientifiche e non che sono nate da un errore o da una evoluzione inaspettata di un percorso di sperimentazione? L’errore non deve rimanere un inciampo, ma deve trasformarsi nel punto di partenza per l’acquisizione di una prospettiva diversa.

La riflessione su cos’è che non funziona ci fa capire sia dov’è che dobbiamo intervenire, suggerendoci al contempo come correggere l’errore, sia – e di conseguenza – la procedura e l’architettura che renderanno possibile il funzionamento del sistema, dell’apparato, del meccanismo, della teoria.

Giorello e Donghi raccontano molti esempi di errore che sono stati il punto di partenza per la formulazione di teorie nuove o per la scoperta di elementi o situazioni che nessuno avrebbe potuto immaginare in nessun altro modo. Non ho detto ‘immaginare’ a caso.
La negazione dell’errore è anche negazione dell’immaginazione e della capacità di ragionare.
Affrontare in modo consapevole e critico un errore significa avere coraggio e immaginazione, ovvero mettere in campo il fattore umano che è, da sempre, centrale nell’impresa scientifica. 
La negazione dell’errore è anche negazione dell’incertezza a favore di un mondo dove tutto è calcolabile, quindi algoritmicamente prevedibile, indiscutibile e a prova di errore. Rassicurante? Tutt’altro! Una civiltà che non ammette l’errore in realtà è statica, immobile, immutabile e, in quanto tale, destinata a non evolvere; di certo una civiltà impietosa. 
Un nome importante citato in questo piccolo trattato (ce ne sono molti altri!) è quello di Popper, il grande filosofo viennese per il quale ‘una teoria è scientifica nella misura in cui è falsificabile, ovvero quando denuncia i limiti della sua applicabilità‘. Se accettiamo la sua formulazione, la negazione dell’errore, che è il primo motore della ricerca, diventa essa stessa negazione della scienza.
Le domande alle quali dovremmo cercare di rispondere sono come siamo arrivati a negare la funzione fondamentale dell’errore? Perché il motore del progresso ai giorni nostri è diventato inammissibile, insopportabile, una battuta d’arresto da evitare? Il passaggio dall’analogico al digitale è sicuramente un elemento importante per tentare di capire l’attuale inaccettabilità dell’errore. I tempi sono sempre più stretti e, più o meno consapevolmente, stiamo addestrando il nostro cervello a pensare come quando utilizziamo un ipertesto: passiamo da un elemento all’altro, da un concetto all’altro rimanendo in superficie, perché andare in profondità richiede tempo e senso critico; come ragionare su un errore. 
“Errore” è un libro di poche pagine, ma ricco di concetti sui quali è bene riflettere per tornare a essere personaggi attivi e non reattivi, per ricominciare a (o non smettere di) dare valore al pensiero, il fattore umano che ci rende altro dagli algoritmi.

Per pensare, scegliere, inventare e approfondire abbiamo bisogno di appoggiarci, correlandoci a tutta l’esperienza maturata, ai molti errori commessi, a tutte le soluzioni architettate, così da superare la nuova impasse nella quale ci possiamo trovare bloccati.


Ricordiamoci sempre che l’invenzione è discernimento e scelta; non è improvvisazione, ma approfondimento.

Giorello – Donghi, Errore, il Mulino, 2019, pp. 119, € 12.00

Cecilia Mattioli

Lavoro con le persone. Amo leggere. Amo scrivere. Provo entusiasmo per qualsiasi cosa mi faccia crescere e non mi stanco mai di imparare

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