Il vizio della lettura. La responsabilità del “lettore meccanico”

Edith Wharton è la prima donna a vincere il premio Pulitzer con “L’età dell’innocenza”ed è l’autrice di un saggio di una quarantina di pagine, “The vice of reading” che in Italia è rimasto inedito fino alla traduzione di Corrado Bevilacqua e alla pubblicazione da parte dell’editore Olibelbeg di Venezia nel 2014.
“Il vizio della lettura”, questo il titolo tradotto, è un testo con il quale l’autrice pone l’attenzione sul concetto di lettura e sulla responsabilità della lettura.

Il valore di un libro è commisurato alla sua plasticità, cioè alla sua capacità di stimolare la mente del lettore creando nuove forme di pensiero

In altre parole, se un libro non permette a chi legge di migliorare il proprio pensiero, di crescere, di acquisire nuove informazioni, non può essere considerato un buon libro. Il vizio della letturaÈ una difesa della buona lettura che non è solo una forma d’arte, ma anche e soprattutto un canale di interpretazione della realtà che ci circonda. 
Secondo l’autrice c’è una differenza sostanziale tra la lettura e il vizio della lettura. Leggere diventa un vizio nel momento in cui lo si fa in modo meccanico.
Lettura non è sinonimo di cultura e leggere tanto è ben diverso da leggere bene. Il lettore meccanico ha caratteristiche precise:


“legge ‘coscienziosamente’, (…) non salta nemmeno una parola, (…) è incapace di capire se un libro vale la pena di essere letto oppure no e spesso egli è incapace, a causa dei suoi limiti culturali e della sua mancanza di metodo, di esprimere un giudizio anche sul libro che ha appena finito di leggere.”

Un ritratto tutt’altro che lusinghiero questo, ma estremamente importante per mettere a fuoco, da un lato l’importanza della buona lettura,

il mezzo che rende possibile uno scambio di idee fra lo scrittore e il lettore

e dall’altro la pericolosità del lettore meccanico, perché, come dice la Wharton,

è probabile che se nessuno leggesse tranne coloro che sanno come leggere, nessuno produrrebbe libri tranne coloro che sanno come scriverli.

In quest’ottica la responsabilità del livello qualitativo dell’editoria è interamente del lettore. La colpa del lettore meccanico è di aver abbassato drasticamente il livello della scrittura a causa della sua incapacità di percepire il valore di un libro. La missione del lettore nato dovrebbe essere quella di riportare l’attenzione sulla qualità della lettura che prescinde completamente dalle mode e dai numeri.
A dire il vero, non so se sono d’accordo nell’attribuire tutta la responsabilità qualitativa al lettore. Ritengo che dovrebbe esserci un’etica della scrittura e dell’editoria tale per cui, se uno scritto di qualsiasi genere non ha determinate caratteristiche, non dovrebbe essere pubblicato solo in nome delle mode e dei numeri. I grandi libri, siano essi classici o moderni, hanno venduto e vendono milioni di copie coniugando la qualità alla quantità.
Il tema vero è quale lettore ammetterebbe di essere un lettore meccanico? E quale scrittore ammetterebbe di aver scritto un’opera degna di chi ha il vizio della lettura e non di chi è lettore nato?

E. Wharton, Il vizio della lettura, Olibelbeg, 2014, pp. 43, (trad. C. Bevilacqua)
 I riferimenti sono alla mia edizione, ma su Amazon il libro è presente in un’altra edizione

Cecilia Mattioli

Lavoro con le persone. Amo leggere. Amo scrivere. Provo entusiasmo per qualsiasi cosa mi faccia crescere e non mi stanco mai di imparare

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